Chi ci informa davvero sui social nel 2025
Perché YouTube è diventato la nuova prima pagina dei social
Ciao! Sei su Fuori dal PED, la newsletter che cerca di fare ordine tra i trend social e i drammi dei social media manager. Puntata #147.
Prima di iniziare: negli ultimi giorni si sono iscritte diverse persone nuove. Benvenuti! Ne approfitto per un rapidissimo recap:
👋 Mi chiamo Valentina, faccio la social media manager da più di 10 anni specialmente per media, editoria, politica.
In passato, da dipendente in agenzia, ho lavorato ai social del Ministero degli Esteri, Enel Group e partiti politici.
Dal 2021 sono freelance e tra i miei clienti sono felice di avere Stefano Nazzi, Banca Etica, Il Post, Marsilio, RSI. Faccio anche formazione (es. Scuola del libro) e interventi agli eventi.
Questa newsletter è nata per condividere cosa imparo mentre faccio questo lavoro, tra strumenti, drammi, notizie e casi studio.
Oggi ti porto dati e insight emersi da uno dei report più interessanti che ho letto di recente.
Uno studio del Reuters Institute racconta come ci informiamo sui social nel 2025 e soprattutto quanto pesano oggi i creator nel racconto dell’attualità.
Buon weekend di post programmati e alla prossima,
V.
A mio parere ci sono due settori che anticipano gli altri nell’uso dei social: politica e media. Spesso sono i primi a sperimentare nuovi linguaggi e nuovi modi di stare online.
Il recente report del Reuters Institute fotografa proprio questo incrocio: la zona grigia in cui creator, giornalisti e media tradizionali si incontrano e spesso si sovrappongono.
Come ci informiamo sui social nel 2025?
Quanto contano i creator nella fruizione delle notizie? Quanto i giornali?
Chi sono i creator informativi
Il report distingue 4 categorie:
Commentatori: opinione e commento politico
Reporter: inchieste, approccio giornalistico ai fatti
Divulgatori: decodifica e semplificazione delle notizie
Specialisti: focus su un tema verticale
A questi si aggiungono i creator che si avvicinano al fare informazione facendo satira, infotainment, parlando di musica o gaming e finendo per commentare anche la politica e l’attualità.
I confini tra queste categorie sono spesso sfumati: c’è chi inizia divulgando e finisce commentando la politica. Chi parla di lifestyle e un giorno analizza i risultati di un’elezione.
Anche i politici e gli imprenditori vengono considerati come fonti di notizie e tramite i loro canali influenzano il dibattito allo stesso modo di media e creator.
È una classificazione utile, ma ci dice anche che oggi “informazione” non è un genere, è un ecosistema liquido che ingloba intrattenimento, cultura pop, lifestyle e politica.
5 dati che raccontano l’evoluzione dell’informazione sui social
(perfetti per slide, pitch o richieste di budget)
1) I creator superano i media tradizionali in molti Paesi
In Paesi come Brasile, Messico, Indonesia, Filippine e Stati Uniti, le persone prestano più attenzione ai creator che ai media tradizionali.
In Nord Europa succede il contrario: i creator sembrano avere meno impatto, probabilmente perché i brand giornalistici sono più forti e l’uso dei social meno intenso.
2) YouTube è la casa dei creator informativi
Il ruolo di una piattaforma social come fonte di informazione cambia molto da Paese a Paese, in base all’età media e alle abitudini del pubblico.
Detto ciò:
Dal report emerge chiaramente il predominio di YouTube: è la piattaforma più rilevante per i creator che parlano di attualità, politica e società perché lì il pubblico presta maggiore attenzione rispetto agli altri spazi.
Il caro vecchio Facebook è il secondo della lista, continua a essere usato come fonte di notizie specialmente in alcuni Paesi come Thailandia, Filippine, Kenya.
3) I news creator sono prevalentemente uomini
L’85% dei creator più influenti nei 24 Paesi analizzati dal report è uomo.
Solo le Filippine sfiorano la parità (54% donne).
4) Gli under 35 si informano più dai creator che dai giornali
Tra gli under 35 il 48% segue i creator per informarsi, il 41% segue i media tradizionali.
Dai 35 anni in su il rapporto si ribalta.
5) Il futuro dell’informazione è un ibrido tra giornalismo e business personale
Molti creator si stanno trasformando in “mini” media company.
Reuters cita Hugo Travers, youtuber francese noto per i suoi video reportage e con oltre 20 collaboratori; Johnny Harris, che ha fondato New Press, una rete di canali YouTube indipendenti; Tucker Carlson, che ha lanciato una piattaforma autonoma di contenuti a tema politica.
Oltreoceano seguo sempre con interesse il percorso di Dave Jorgenson, che dopo aver lanciato con grande successo il Washington Post su TikTok, ora è a capo della sua media company multipiattaforma (si è portato dentro anche i suoi capi del WP).
Anche in Italia andiamo in questa direzione: lo youtuber Ale Della Giusta conta 18 persone che lavorano al suo canale, Selvaggia Lucarelli ha costruito un piccolo impero qui su Substack, senza contare l’impatto delle dichiarazioni che avvengono ai principali videopodcast (es. BSMT).
Allo stesso tempo, alcune testate come Le Monde e Die Zeit stanno assumendo giovani creator per gestire i propri contenuti video.
Il formato conta più del marchio
Chi lavora con i social lo vede ogni giorno: la riconoscibilità di un brand non arriva dal logo, ma dal linguaggio.
Il logo conta all’interno dell’identità generale, ma sui social è il modo in cui racconti (ritmo, tono, formato) a decidere se qualcuno ti riconosce.
Ed è sempre più difficile, perché nello stesso feed convivono politici, giornalisti, creator e influencer.
In questo contesto, il vero concorrente dei giornali non è più il titolo clickbait, ma il creator che presidia uno spazio che un tempo era esclusivamente editoriale.
I creator su YouTube attirano l’attenzione perché per raccontare una notizia partono dalla piattaforma, non dal contenuto. Il loro vantaggio è pensare nativamente in formato social.
I media tradizionali fanno quasi sempre l’opposto: partono da un contenuto lungo e cercano, giustamente, un modo per farlo vivere sui social. Quando però si limitano a “trasportarlo”, raramente funziona.
La soluzione sta nel mezzo: capire quale parte del contenuto ha senso sui social e tradurla in un formato che viva da solo dentro il feed. Serve fare un lavoro di sintesi, scelta e design narrativo.
Su questo mi viene in mente un recente video di Edoardo Scognamiglio (Hacking Creativity) che mi è piaciuto un sacco: ha recuperato un suo documentario del 2009, ha selezionato parte del materiale e l’ha trasformato in un reel, raccontando la stessa storia (pazzesca) ma adattandolo alle dinamiche dei video brevi. Del processo di creazione ha parlato nella sua newsletter.
Tirando le somme:
Il report di Reuters ci racconta che l’informazione oggi viaggia su contenuti che privilegiano i volti, con un tono preciso e grande capacità di racconto.
La provenienza editoriale dei contenuti non è così rilevante agli occhi del pubblico.
Per giornali, new media, SMM, la sfida quotidiana non è tanto “arrivare primi” su una notizia, ma riuscire a farsi riconoscere in un feed che mette tutti sullo stesso piano, creando contenuti memorabili sul lungo periodo.
☄️ Le 5 novità social da conoscere
Su TikTok possiamo limitare i contenuti generati con AI che vediamo nel feed
WhatsApp: nel 2026 potremo aggiungerci anche via username, non solo tramite numero di telefono
Edits: i miglioramenti dell’app di editing di Instagram sono sempre di più
Meta evidenzia i contenuti creati con gli AI Glasses in app
Vibes, il feed con contenuti AI nell’app Meta AI, sta facendo fatica
👓 Articoli, podcast e video per approfondire
Il nuovo “registro degli influencer” sta generando molta confusione tra i content creator
Zohran Mamdani ha vinto perché sapeva quando stare online e quando no
Ecco perché hai smesso di crescere su Instagram, secondo il capo di Instagram e via Scrolling Infinito
Come usano i social negli Stati Uniti? Qui il nuovo report del Pew Research Center
📚 Biblioteca social
Una raccolta di letture utili a noi che ci occupiamo di social media. Dai saggi ai romanzi. Clicca qui e sfoglia l'archivio.
✍️ Chi scrive Fuori dal PED
Mi chiamo Valentina Tonutti e sono una social media manager e strategist freelance. Dal 2013 lavoro specialmente per media, politica e editoria. Online e offline amo condividere e creare sinergie: Fuori dal PED nasce per questo.
Vuoi una strategia social? Ti serve qualcuno che gestisca i tuoi social? Faccio io, ma prima conosciamoci.
Mi trovi, ovviamente, anche su TikTok, LinkedIn, Instagram.
Se Fuori dal PED ti piace e ti è utile, aiutami e inoltrala a colleghi, amici, parenti, in tutti i luoghi e in tutti i laghi:







