Com'è seguire i social di un tour
Indagini Live, SMM POV
Ciao! Sei su Fuori dal PED, la newsletter che cerca di fare ordine tra i trend social e i drammi dei social media manager. Puntata #157.
Giovedì a Milano è iniziato il terzo tour di Stefano Nazzi a teatro, una delle parti più entusiasmanti del lavoro che faccio sulla sua presenza digitale.
In questa puntata ho rimesso in fila gli appunti dei tour precedenti per prepararmi a quello appena iniziato, ché gestire i social durante un tour non è come gestire un calendario editoriale qualsiasi.
Buon weekend di post programmati e alla prossima,
V.
P.S. Grazie alle persone che si sono già candidate per la posizione di SMM pubblicata la settimana scorsa: qui tutte le info per chi se la fosse persa.
Per farsi avanti c’è tempo fino a venerdì 27 febbraio!
P.S.S. Se possibile, meglio linkare il portfolio anziché allegarlo. Grazie 🫶
Prima di iniziare a lavorare per Stefano Nazzi, tre anni fa, non avevo mai lavorato alla comunicazione social di un tour.
Nei dieci anni precedenti mi era capitato spesso di seguire eventi singoli o festival. Rispetto alla routine di pubblicazione aziendale ci sono ritmi più intensi, contenuti concentrati in poche ore, ampio margine di improvvisazione.
Ma un tour è proprio un’altra cosa.
Durante un evento racconti un momento. Corposo, intenso ma circostanziato.
In un tour racconti un concept e un percorso. La stessa storia viaggia di città in città e cambia tutto intorno. Ed è proprio questo che va messo al centro della narrazione social.
Bisogna pur lasciare un po’ di suspense, di curiosità, di sorpresa ai fan.
Creare continuità senza ripetersi
Quest’anno il caso è meno noto rispetto agli anni scorsi, sempre inedito rispetto alle storie raccontate nel podcast Indagini e altrettanto interessante per approfondire una parte di storia italiana.
Il punto in ogni caso non è mai replicare lo spettacolo online bensì offrire contenuti che permettano sia a chi partecipa che a chi vorrebbe partecipare di sentirsi coinvolto o invogliato a farlo.
Considerare non tanto il prodotto ma il contesto: il prima, il dopo, le reazioni, il pubblico, il team. Come dicevamo anche qui.
Alcuni contenuti sono prevedibili (es. l’ingresso in sala, il palco, il pubblico) altri nascono sul momento, altri ancora li annoto per realizzarli più avanti o in una data precisa.
Come spesso accade, i social non devono sostituire l’esperienza ma amplificarla.
Il SMM deve essere un ninja parlante
Apprezzate la spericolata soluzione linguistica per descrivere come mi sento in questo ruolo.
Fare i social durante un tour significa mettersi in mezzo alle cose che succedono, selezionarle e trovare il modo più utile per riportarle al pubblico.
Devo raccogliere materiale, sì, ma il lavoro vero è decidere cosa merita di diventare racconto e cosa no.
Per farlo devo capire in anticipo quali possono essere i momenti chiave, individuare i punti migliori del teatro da cui registrare e muovermi in modo funzionale durante lo spettacolo.
Questo significa anche innescare situazioni, come proporre una foto o chiedere una reazione a caldo. Un equilibrio continuo tra spontaneità e strategia, mentre ti muovi da una parte all’altra.
Poi c’è la parte più delicata: essere presente senza essere di intralcio.
La reazione del pubblico alla fine dello spettacolo, ad esempio, è importantissima.
Per catturarla devo entrare per forza in scena, altrimenti il punto di vista sembra quello del pubblico.
Dall’altra parte non voglio neanche che mi si veda troppo, mi sembra proprio poco elegante.
Al teatro Arcimboldi, che è molto grande, ho risolto vestendomi di nero per confondermi meglio, proprio come fanno i tecnici (I love you tecnici) e salendo sul palco mettendomi in parte.
Il video è venuto bene, sono riuscita a entrare in scena senza inciampare e a piazzarmi a lato.
Sinceramente? Un successo non scontato.
Quanto spingere?
Quando ti trovi a pensare “sto parlando troppo di questa cosa?”, di solito è il punto in cui devi continuare a farlo.
Non ricordo bene dove ho letto o sentito questa frase recentemente, ma credo sia molto vera.
Quando si fanno i social capita spesso di dubitare di essere troppo promozionali o al contrario di non ripetere abbastanza un concetto.
La nostra percezione però è spesso falsata.
Viviamo immersi nei canali che seguiamo e nei loro contenuti.
Il pubblico, invece, li vede una volta e uno alla volta.
Quello che cerco sempre di ripetermi è che sui social i contenuti devono accompagnare, ripetere senza dare niente per scontato.
Dobbiamo trattare ogni contenuto come se fosse il primo per chi lo incontra.
Un tour è un mondo a parte
Nella quotidianità di una “classica” gestione social la collaborazione con i vari reparti/uffici è importante, ma una volta preso il via i social vivono su un binario abbastanza autonomo.
Il tour prevede invece un ecosistema che non può prescindere dal coordinamento costante. Dalla logistica agli annunci dei sold out fino alle uscite stampa.
Ripeto, sono tutte situazioni che avvengono anche in altri contesti ma qui ho percepito ancora di più la necessità di avere una visione a 360 gradi.
Trovo allo stesso modo molto prezioso anche studiare il pubblico in sala e capire come si interseca con quello online.
Il KPI dei social durante un tour
Altra sfida è mettere a sistema la percezione del pubblico dal vivo e le reazioni condivise online. Valutare visualizzazioni, commenti e condivisioni, ma anche il contenuto in sé dei messaggi ricevuti.
Fondamentalmente un’attività di social listening in diretta e a posteriori.
Il dato più interessante sono probabilmente i messaggi che dimostrano continuità: quante persone tornano, quante scrivono - parafraso - “ci vediamo alla prossima data” oppure “è stato bello anche quest’anno”.
È anche lì che capisco se i social stanno amplificando l’esperienza.
Fare i social per gli altri significa tenere insieme tre aspetti centrali: il protagonista, il pubblico, le dinamiche di comunicazione.
Durante il tour per me questo equilibrio si concentra in una domanda: cosa raccontiamo e cosa no?
La risposta non è mai scontata, è una questione di misura.
Il lavoro non è documentare tutto ma scegliere cosa vale la pena raccontare, in modo coerente e duraturo nel tempo, e trovare il formato giusto per farlo.
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Mi chiamo Valentina Tonutti e sono una social media manager e strategist. Dal 2013 lavoro specialmente per media, politica e editoria. Dal 2020 ho partita iva, dal ‘21 questa newsletter. Online e offline amo condividere e creare sinergie: Fuori dal PED nasce per questo.
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