I follower non contano più
non come prima, almeno
Ciao! Sei su Fuori dal PED, la newsletter che cerca di fare ordine tra i trend social e i drammi dei social media manager. Puntata #148.
Come stai? Per me inizia una delle fasi più belle della libera professione: fare il bilancio dell’anno (che come sempre condividerò anche qui) e la definizione del prossimo.
A proposito di recap: su IG ho pubblicato un video dove racconto le buone pratiche che uso quando faccio copertura social. E a proposito di eventi: settimana prossima sarò a Peccioli per A Natale libri per, se ci sei salutiamoci!
Tema di oggi: meglio avere tanti o pochi follower? La risposta non è scontata.
Buon weekend di post programmati e alla prossima,
V.
Si parla da anni della fine dei social media.
Non credo a frasi così assolute, ma è anche vero che i social network per come sono nati sono morti: non sono più reti sociali, sono reti performative.
Più simili alla televisione che a un forum, per capirci.
Lo dimostra il passaggio da influencer a creator, l’esplosione di contenuti lunghi come newsletter e podcast (PS: quanta gente sta arrivando qui su Substack? Mi sento come negli anni ’10 quando un gruppo indie diventava famoso), e soprattutto il netto calo di rilevanza del numero di follower.
Perché i follower non contano più
Se ancora troppe realtà rimangono abbagliate dal “numero grande”, tanto da renderlo uno strumento di validazione (ad esempio: non suoni nel nostro locale se non hai tot follower; non pubblichiamo l’autore perché non ha più di tot follower), altrettante se ne sono accorte: senza consistenza, progetto a lungo termine e un coinvolgimento non superficiale della community, il numero alto di follower non conta nulla.
Come ha scritto recentemente Kyle Chayka sul New Yorker, avere tanti follower oggi non significa automaticamente contare.
A volte può essere anche ingannevole e significare l’opposto: un pubblico dormiente, vecchio, disallineato con ciò che il profilo rappresenta oggi, non serve a niente e fa storcere il naso.
Basta un attimo a chi mastica le piattaforme per confrontare follower e interazioni e vedere se c’è vita su un canale.
Un profilo da 500.000 follower con 100 like a post, è un profilo che parla da solo.
Dall’altra parte, esistono canali piccoli che oggi sono punti di riferimento nei loro settori, con pochi follower rispetto ai canali che siamo abituati a definire “di successo”, ma comunque rilevanti.
Ti faccio un esempio che noto spesso: Alt Magazine è il canale Instagram di quello che si definisce il primo magazine di podcast in Italia.
Hanno un’identità riconoscibile, sono molto costanti nelle pubblicazioni, i video sono efficaci e ordinati. Vengono spesso ripresi dai principali podcaster italiani.
Eppure hanno circa 3.000 follower.
Capiamo bene che il numero non è un problema.
La rilevanza nella nicchia e la capacità di interagire con i top player del settore valgono molto di più del numero in sé.
Il punto è sempre uno. I numeri senza contesto non servono a niente.
Il dilemma intorno al numero di follower è reale: fornisce una fotografia veloce del canale, ma ormai non basta più da solo.
Il fascino dei pochi follower
Un’altra riflessione che mi ha colpita dell’articolo è questa: siamo in un’epoca in cui avere pochi follower è cool.
Lo sento anche durante alcune conversazioni:
“Non mi interessa che il mio Instagram sia perfetto, ho altro da fare. Anzi, mi interessa notino proprio la scarsa cura”.
[un tempo, quando noi millennial eravamo giovani, rendevamo i profili Instagram privati in modo da generare curiosità, aumentare le richieste di amicizia e quindi il pubblico. Il tutto ovviamente senza alcuno scopo se non di generare pubblico che non avremmo saputo usare]
Un ragionamento bizzarro, controproducente, ma coerente con quello che osserva Chayka:
Un numero di follower modesto comunica autenticità, controllo, quasi “coolness”.
Emily Sundberg nella sua newsletter Feed Me loda l’editor di Air Mail per avere un profilo privato con meno di 500 follower.
In un mondo in cui tutti competono per l’attenzione, chi può permettersi di non farlo sembra più solido, emotivamente ed economicamente.
La libertà di non dover performare sui social è forse la vera ricchezza di oggi?
Il limite massimo di contenuti fruibili è stato raggiunto
Recentemente a un evento organizzato da Andrea Girolami e Gummy Industries, Andrea, autore di Scrolling Infinito, aveva raccontato un dato piuttosto impressionante: abbiamo raggiunto il tetto massimo di contenuti che possiamo consumare in un giorno.
Tra tv, podcast, newsletter, TikTok, Reels, nella nostra giornata non c’è più spazio per altri contenuti.
Dopo la crescita esponenziale di utilizzo delle piattaforme durante la pandemia, abbiamo raggiunto il tetto massimo e ora dobbiamo tornare a selezionare.
Questo cambio di percezione ha un impatto anche su chi crea contenuti, compresi noi che lavoriamo sui social.
Siamo tutti social media manager
Tutti ora hanno più dimestichezza con i social: tutti, volenti o nolenti, sono un po’ social media manager di se stessi.
Infatti questo discorso dice molto anche di noi che facciamo questo lavoro.
A maggio vi ho lanciato un sondaggio. Un dato interessante emerso riguarda il personal brand:
solo il 26% dei social media manager che leggono questa newsletter usa i social per promuovere il proprio lavoro.
Il 74% li usa solo per i clienti.
Parlando con colleghe e colleghi vedo due linee di pensiero riguardo questo tema:
SMM che, stremati dalla gestione dei social altrui, non vogliono investire il proprio tempo nel personal brand (come biasimarli)
SMM, soprattutto freelance, che usano i propri contenuti per posizionarsi e trovare clienti.
Poi ci sono i casi ibridi tipo il mio: sono diventata SMM proprio grazie ai contenuti che facevo anni fa. Quando ho iniziato la libera professione mi sono ripresa uno spazio mio fuori dalle piattaforme principali.
Quel 74% di SMM che usano i social solo per i loro clienti è in linea con il ragionamento del giornalista, secondo cui proprio a fronte di una estrema professionalizzazione degli spazi social, i canali personali non lo sono più: sono tutti ormai vetrine per newsletter, podcast, Depop, crypto, referral, promo, servizi a pagamento.
I social sono diventati transazionali.
Ogni contenuto serve a portarti altrove.
Senza contare che oggi le persone, specialmente le più giovani, socializzano anche altrove: Strava, Reddit, app per hobby e nicchie.
Penso che questa dovrà essere la direzione delle strategie social del 2026: le piattaforme non come punto d’arrivo, ma come porta d’ingresso verso altri spazi.
Allora quali metriche dobbiamo guardare?
La crescita del pubblico continua a essere importante e non deve di certo uscire dalle analisi, ma deve essere contestualizzata e soprattutto distribuita su tempi realistici.
All’inizio di un progetto, un obiettivo di crescita serve a impostare le basi, costruire un’identità e attirare il pubblico giusto.
In quella fase si pubblica di più, si usano contenuti “magnete”, si costruisce la community.
Nelle fasi successive però cambia molto. Contano di più la qualità delle interazioni, la soddisfazione della community nel frattempo guadagnata, i commenti che aprono conversazioni reali.
La crescita rimane importante, ma non può essere l’unico faro.
E se tu fai il/la SMM, sai produrre contenuti perfetti per gli altri ma preferisci avere profili social chiusi o non professionali, non preoccuparti: sei cool e non ne va della tua professionalità 🤝
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✍️ Chi scrive Fuori dal PED
Mi chiamo Valentina Tonutti e sono una social media manager e strategist freelance. Dal 2013 lavoro specialmente per media, politica e editoria. Online e offline amo condividere e creare sinergie: Fuori dal PED nasce per questo.
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La decisione di non curare i propri social "perché ho una vita" fa il paio con un articolo che ho letto l'altro giorno sul trend di curare poco i propri outfit e di uscire di casa come capita "perché ho una vita e non posso perdere tempo con l'armadio".
Stiamo tornando (o fingendo di farlo) alle nostre vite fisiche, insomma.
è da tempo che sono convinto di essere cool perchè : 1. non mi interessa ciò che le persone postano sui loro social. 2. non mi interessa far vedere cosa faccio alle persone attraverso i miei social.
Vi assicuro che cambia la percezione sulla realtà